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L'Informatore Agrario
Sommario rivista Approfondimento
06
 6 - 12 Feb.

  2004
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POLITICA
Ogm: è ora di fare chiarezza


Paolo De Castro
È forse giunto il momento di riflettere con maggiore attenzione e serenità sul tema degli ogm in agricoltura prima che a fare le scelte per noi siano altri Paesi, come è già avvenuto con il nucleare

Il problema degli organismi geneticamente modificati in agricoltura è uno dei più controversi. Il mondo appare diviso in due blocchi: tra i favorevoli vi sono, oltre ovviamente alle aziende produttrici di sementi ogm, numerosi scienziati delle più disparate università e centri di ricerca nazionali ed esteri; tra i contrari, oltre ai movimenti ambientalisti, vi sono oramai diversi produttori e distributori che hanno colto le preoccupazioni, o meglio le paure, dei consumatori che in larghissima maggioranza hanno più volte dichiarato la loro netta contrarietà al consumo di prodotti ogm.
Dunque la materia è complicata, tocca sensibilità assai diverse che attraversano tutte le formazioni politiche, sia di Centro-sinistra come di Centro-destra. L’ultima decisione del Governo Berlusconi di bloccare la legge della Regione Puglia sul divieto di coltivazione in pieno campo di piante ogm (vedi a pag. 11) è forse il caso più emblematico. Non solo perché la Regione Puglia è governata dal berlusconiano Raffaele Fitto, ma perché il ministro Gianni Alemanno, autorevole esponente di Alleanza nazionale, ha precisato di aver votato contro il suo Governo e a favore della legge pugliese.
Lungi dal voler cercare di convincere gli uni o gli altri, tenterò di chiarire solo alcuni luoghi comuni errati con la speranza di contribuire a fare chiarezza e a prendere decisioni più consapevoli.
«L’Italia non ha bisogno di ogm; le produzioni agricole tradizionali sono in grado di soddisfare le nostre esigenze».
L’affermazione è totalmente errata. L’Italia, infatti, come d’altra parte l’intera Europa, è nettamente deficitaria di soia e mais, prodotti che vengono in larga misura – oltre 40 milioni di tonnellate – importati da Paesi terzi che hanno fatto la scelta in favore degli ogm. Come è noto, infatti, Usa, Brasile o Argentina, e cioè i Paesi principali esportatori mondiali, hanno investito oltre i 2/3 della loro superficie a ogm.
La nostra industria mangimistica non è assolutamente in grado di produrre mangimi per i nostri allevamenti bovini sia da latte che da carne, come per i suini o gli ovicaprini senza far uso soprattutto di soia, ma anche di mais di importazione. Le proteine della soia non sono sostituibili in larga scala con leguminose alternative.
Da quanto detto deriva una prima fondamentale riflessione: non vi è prodotto di origine animale, sia esso latte, formaggio o carne, prodotto tipico e non tipico, prodotto dop e non dop che non sia stato ottenuto con mangimi contenenti ogm. Fatto salvo per una piccola parte di produzioni zootecniche biologiche dove è garantito l’uso di mangimi ogm free (ammesso e non sempre concesso che sia davvero possibile la totale assenza di contaminazione con farine di soia ogm).
Dunque il nostro principe dei formaggi dop, il Parmigiano-Reggiano, come il nostro migliore Prosciutto di Parma o il nostro Culatello di Zibello sono stati prodotti in larghissima misura da vacche da latte e maiali allevati con mangimi ogm. Il primo suggerimento è di non criminalizzare troppo gli ogm: potremmo un giorno pentirci di averlo fatto se i consumatori dovessero scoprire come stanno realmente le cose.
«Indipendentemente dalle scelte fatte dai nostri partner europei, dobbiamo avere normative ipergarantiste sulla coesistenza tra le colture tradizionali e quelle ogm, magari vietando la coltivazione degli ogm su larga parte del territorio nazionale».
Affermazione di principio che potrebbe apparire corretta se non fosse in larga parte messa in discussione proprio dalle scelte che i nostri confinanti hanno adottato o adotteranno. L’esempio della scelta unilaterale dell’Italia di abbandonare completamente la produzione di energia nucleare, salvo poi acquistare energia da centrali nucleari costruite sui nostri confini dalla Francia e dalla Svizzera, certamente non ha messo al riparo i nostri cittadini da eventuali disastri tipo Cernobyl. Queste scelte hanno la necessità per loro natura di essere condivise a livello europeo e se la maggioranza dei nostri partner non la pensa come noi, dobbiamo avere la serietà di prenderne atto e spiegarlo ai nostri concittadini.
I luoghi comuni sugli ogm sono tanti e difficili da rimuovere. Auguriamoci che nel prossimo futuro il Vaticano, che ha recentemente dedicato, sotto la guida del cardinale Renato Martino, una riflessione di due giorni con i massimi esperti mondiali sul tema, possa contribuire, con la millenaria saggezza della Chiesa, a chiarire all’opinione pubblica che gli ogm non sono il «diavolo»!


Sommario rivista Paolo De Castro
E-mail: p.decastro@informatoreagrario.it


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